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La Isla Bonita


Prendo spunto dall’intervento di Luca ”Braveheart” Amato che trovate nella sezione Articoli, per formulare qualche considerazione sul tema piuttosto spinoso e pressante dell’immigrazione.

Ogni giorno a Lampedusa, la Isla bonita dei clandestini, sbarcano decine (se non centinaia) di immigrati irregolari a bordo di gommoni o di carrette del mare provenienti principalmente dalla Libia.

Perché tutti sono clandestini? Perché, insomma, la totalità di queste persone è priva di permesso di soggiorno e di un benché minimo documento di riconoscimento? Il nostro ordinamento giuridico prevede l’espulsione dell’extracomunitario irregolare: in ogni caso, dunque, sia che lo straniero sia in possesso di un documento di riconoscimento sia nell’ipotesi in cui ne sia sprovvisto, egli sarà comunque espulso, in quanto non fornito di permesso di soggiorno.

Perché, allora, calcare il suolo italiano da fuorilegge? Forse perché al clandestino si apre uno spazio di manovra ben più ampio di un immigrato in regola e di un cittadino: egli vive in Italia ma è come se non ci vivesse: ignoto alla Repubblica, ignoto all’anagrafe, ignoto al fisco, ignoto alla motorizzazione: un fantasma invisibile senza volto né nome. Rebus sic stantibus, se non trova un’occupazione regolare, gli è molto più semplice, celato nella macchia, intraprendere attività illegali. Il punto è che pochi saranno disposti ad esporsi in prima persona per dare un lavoro in regola a chi, per antonomasia, regolare non è. Mettersi in proprio? Come può un fantasma mettersi in proprio?!

 

Ergo si prospettano essenzialmente due scenari:

1) al signor X è offerto un lavoro in nero, pericoloso, sottopagato (sempre che non venga schiavizzato da qualche mafioso).

2) il signor X, non svolgendo alcuna attività lavorativa, prende a bighellonare per le strade senza meta, a bere birra con i suoi amici nelle piazze o presso le stazioni. I morsi della fame, però, prima o poi si fanno sentire: ma senza un’occupazione (neppure in nero, pericolosa, sottopagata) e quindi senza soldi, non si mangia. E così, il signor X decide di imboccare la scorciatoia del crimine: denaro cash, facile e subito. Non stupiamoci, allora, se la notte le nostre strade sono infestate di prostitute e transessuali su cui i magnaccia vigilano come neri angeli custodi; se, trascorsa la domenica da amici, la sera torniamo a casa e ce la ritroviamo svaligiata; se siamo pestati a sangue da criminali imbottiti di coca, che ci piombano in casa nel mezzo della notte, non vogliono sentir ragioni e pretendono che indichiamo loro dove si trovi una cassaforte che nemmeno esiste; se siamo rapinati mentre andiamo a far la spesa; se, davanti al caminetto, lo zio Tom, seduto su una sedia a dondolo, ci racconta che tanto tempo fa quello che ora si presenta come un crocevia di spacciatori era un parco verde e che se ci andavi a far l’amore con la ragazza non rischiavi di pungerti il culo con una siringa!

Paradosso: il signor X vive (sopravvive) in Italia nello stesso modo in cui viveva nel suo paese d’origine, anzi peggio. Ecco perché la Lega da sempre ripete: aiutiamoli, ma a casa loro.

A parer mio una soluzione al problema è escogitata dalla Bossi-Fini: questa legge (cui tra l’altro intende ispirarsi, se non l’ha già fatto, il rosso Zapatero il quale, non dimentichiamolo, non ha esitato a mobilitare le navi militari lungo lo stretto di Gibilterra per frenare l’immigrazione clandestina, tanto è vero che ora il flusso migratorio Africa-Spagna si è canalizzato verso le Canarie, in particolare verso l’isola di Fuerteventura) si basa su un principio molto semplice: la permanenza dello straniero nella nostra penisola è subordinata al fatto che egli svolga un’attività lavorativa regolare. Le imprese italiane comunicano al Ministero dell’Interno il numero dei lavoratori di cui necessitano. Sulla base di questi dati, esso fissa, anno per anno, la quota di extracomunitari ammessa nella Repubblica, cioè quanti immigrati il Belpaese può permettersi di ospitare: a quanti, in poche parole, può assicurare un posto di lavoro e una casa, senza doverli abbandonare come cani randagi in mezzo ad una strada. Le ambasciate italiche nel mondo raccolgono le domande degli interessati e rilasciano i relativi permessi di soggiorno.

L’Italia non può strutturalmente accogliere chiunque. Qual è il vostro concetto di accoglienza (e, in particolare, lo chiedo ai cattocomunisti col turbante)? Permettere al signor X di entrare portando con sé coniuge, figli, genitori, fratelli e sorelle? Bene, sono dentro. E ora? Cosa ne facciamo di queste persone? Arriva sera, fa freddo, dove li mandiamo? Sotto un ponte? Li teniamo a vita in un cpt come rinchiusi in uno zoo? E la casa? Sloggiamo dal suo appartamento una famiglia di italiani per lasciare il posto a loro così poi il Brambilla impugna la pistola e fa una strage? Regaliamo un’abitazione? E come ci giustifichiamo con chi ha sputato sangue tutta una vita per pagarsi il mutuo? E il lavoro? Chi trova al signor X un’occupazione regolare? O forse vi sta bene che raccolga pomodori venti ore al giorno nell’appezzamento di qualche negriero o che sua moglie si prostituisca sulla statale? È facile cianciare di accoglienza e ospitalità, quando si ha un tetto sulla testa, un reddito, la mammina che ti prepara i maccheroni col sugo rosso, un letto caldo la sera e il Bar Sport di Micio dove fare l’happy hour.

Quindi prima di uscircene con le solite, ritrite, buoniste frasi fatte: “Razzisti, xenofobi! Accogliamoli tutti”, facciamo funzionare il cervello o, perlomeno, assicuriamoci che sia connesso alle corde vocali.

Saluti e alla prossima! E ricordatevi: Puccio vi osserva e prende nota. Sempre.

Ps: questa stoccata è dedicata alla battagliera Angela Maraventano segretario della sezione Lega Nord di Lampedusa.

 


Giovanni “Puccio” Angaroni

 

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